da "Il Paradiso della Regina Sibilla"
di Antoine de La Sale
cavaliere medievale provenzale

La corona del monte della Sibilla è una roccia intagliata tutt'intorno al monte stesso, all'altezza di almeno tre lance. È dal lato della montagna dove si giunge salendo. Tutto il resto è dell'altezza di sei miglia o più, dritto come un muro. Su questa corona si hanno due passaggi per salire in alto, dove si trova l'entra­ta della grotta. Vi assicuro che il migliore di questi due passaggi è sufficiente ad impaurire chi si im­pressiona per qualche timore mortale, e soprattutto nel discendere; perché se per disgrazia il piede manca, non c'è altra forza se non quella di Dio che potrebbe salvarlo. E solo alla vista della paurosa altezza, non c'è cuore che non sia timoroso.

Il piccolo monte superiore, che è detto la corona del monte, dalla base in su è alto circa trenta tese. Là, a destra, si trova l'entrata della grotta; essa è piccola, in foggia di scudo, stretto di sopra e largo sotto. Davanti vi è una roccia; e chi vuole entrare, deve abbassarsi molto ed entrare carponi, scendendo con i piedi rivolti in basso, fino a una cameretta quadrata che si trova a destra dell'apertura, dove tutto attorno sono intagliati dei sedili. Questa ca­meretta è lunga da otto a dieci passi ed altrettanto è larga ed alta. In questa stanza vi è un'apertura quasi rotonda, della grandezza di una testa d'uomo che non fa penetrare che ben poca luce e ciò per il grande spessore della montagna. All'uscita di que­sta stanza, chi vuole andare più avanti prenda a destra; ma bisogna che egli scenda con i piedi in avanti, perché, in caso contrario, non si potrebbe procedere, tanto la grotta si presenta angusta e piccola ed inclinata verso il basso.


Di altri eventi e meraviglie che qui vi sono non saprei che altro dire, e questo perché io non mi spinsi più avanti né questo era il mio scopo principale. Ed anche se avessi voluto, non avrei potuto senza mettere in grave pericolo la mia persona. Perciò, a dire il vero, non saprei più che dirne, se non che vi andai con un dottore del detto paese, chiamato Giovanni di Sora che mi condusse, e anche con la gente della città di Montemonaco che ci guidò là, senza fare nient'altro. Quelli ed io stesso udimmo una voce forte che gridava come se fosse il grido del pavone, essa sembrava provenire da molto lontano. A detta della gente del paese si sarebbe trattato di una voce del paradiso della Sibilla. Ma, per quanto mi riguarda, non vi credetti affatto; ritenni invece che fossero i miei cavalli che si trovavano ai piedi del monte, per quanto essi fossero molto in basso e lontani da me.


E nessuna altra cosa io non ho visto né so, all'infuori di quello che la gente del paese e della suddetta città mi ha detto. Gli uni se ne burlano e gli altri vi prestano gran fede rifacendosi alle antiche storie della gente comune, e al momento presente anche per il racconto di cinque uomini del già no­minato luogo di Montemonaco che andarono più avanti di quanto altri non avessero fatto in quel tempo. Così raccontano che la parte iniziale stretta della grotta si estende per circa un buon tratto di balestra, dopo è abbastanza ampia per procedere l'uno dopo l'altro agevolmente e in alcuni punti anche in due ed in altri in tre. Procedettero attraverso questa parte più larga della grotta, sempre discendendo, a loro parere, per almeno tre miglia. A quel punto trovarono una vena di terra che attraversava la grotta, da cui usciva un vento così orribile e straordinario che non ci fu chi osasse andare più avanti di un passo o mezzo; perché appena si avvicinavano, a loro sem­brava che il vento li trascinasse con sé. Provarono una tale paura che presero la decisione di tornare indietro. Ritornando abbandonarono la maggior parte di quegli oggetti che si erano portati.
Anche se in quella grotta ci sono molte cose strane e meravigliose, a sentire il parlare comune della gente, non sono cose che si possano testimoniare come evidenti; altro ancora mi fu raccontato da gente di chiesa e da diversa gente, fra cui che, nella già detta fortezza di Montemonaco, viveva un prete chiamato don Antonio Fumato, personaggio lunatico e non del tutto in sé. In preda alla sua malattia andava e veniva in diversi luoghi e raccontava di cose fuori dall' ordinario, abituali nelle persone affette da malattie di questo tipo, senza però fare o dire male di nessuno. Questo prete ha detto e assicurato più volte e senza cambiare versione che egli è stato dentro la grotta spingendosi fino alle porte di metallo, che giorno e notte sbattono senza sosta nel chiudersi e nell' aprirsi. Ma poiché in certe occasioni si mostra­va fuori di sé, come ho detto prima, poca gente gli prestava fede. E si dice anche che questo prete abbia condotto due uomini provenienti dalla regione Ger­mania, che passarono attraverso le porte di metallo. Ma prima di iniziare la discesa nella grotta chiesero quali avventure li attendevano, cosa che il prete narrò per esteso e li assicurò che egli voleva giunge­re per primo fino alle già nominate porte e non più oltre; e così fu deciso e fatto.


E quando furono alle porte di metallo, prima di entrare all'interno, pre­garono il prete di aspettarli in quel posto per la durata di un giorno. Ed egli raccontava di averlo fatto; ma, nell'aspettarli, si addormentò. E dormendo credette di vederli ritornare, portando ciascuno un cero illuminato nella mano, che spandeva un gran­dissimo chiarore e gli parve che gli dicessero di aspettarli ancora un po', perché di lì a poco sarebbero tornati. Allora, a queste parole, il prete si svegliò; e gli sembrò veramente che il suo sogno fosse stato reale. Così non sapeva che fare, se andarsene o aspettarli come quelli l'avevano insistentemente pregato e come egli aveva loro promesso. Così pensò di aspettarli ancora per un certo tempo; e così disse di aver fatto e, a suo parere, rimase ancora mezza giornata. Ma quelli non tornarono affatto. A quel punto se ne andò, e allo stesso modo in cui era entrato uscì fuori. In seguito non si seppero mai notizie di quei due uomini, se fossero rimasti là o se fossero risaliti come egli aveva visto in sogno. Le persone alle quali narrava queste cose gli chiedevano a proposito dei portenti di quella grotta e quello che vi aveva trovato. Ed egli parlava dell'entrata e di tutto ciò che io ho già detto fino alla corrente d'aria; e questo non dava più credito alle altre cose che il prete diceva. Dopo la narrazione su quanto riguar­dava la grotta fino al vento, egli affermava che questa folata non durava mai più di quindici tese; ed è più forte all'entrata perché una volta che si fossero fatti soltanto tre o quattro passi all'interno, il peggio sarebbe passato o comunque il vento sarebbe stato più leggero. Dopo questo vento si va avanti per un tratto di circa tre tese sempre discendendo e senza trovare niente di pericoloso. Allora si trova un ponte che non si sa di che cosa sia fatto; ma pare che non superi l'ampiezza di un piede e sembra essere molto lungo.
Sotto questo ponte c'è un abisso di grandis­sima e orribile profondità, nel fondo si ode un gran fiume, che fa un fragore tale da sembrare ogni volta che tutto precipiti tanto grande è l'orrore. Ma non appena si appoggiano i due piedi su questo ponte, esso si presenta abbastanza largo e, tanto più si va avanti, tanto più si fa largo e meno elevato e il fragore dell'acqua si ode meno. Superato il ponte, si comincia a trovare il sentiero piano e la grotta appare come fatta artificialmente. Andando avanti attraverso la caverna larga e in pianura, c'è un grandissimo sentiero del quale non si saprebbe dare l'esatta immagine. Ma alla fine di questa grotta stanno ai due lati due dragoni che sono fatti artifi­ciosamente anche se sembrano vivi, se non fosse perché non si muovono, ed hanno gli occhi così luminosi da spandere chiarore tutto intorno ad essi. Dopo i due dragoni, si entra in una strettissima grotta, dove non si può procedere che uno dopo l'altro, essa non è lunga più di 100 passi. Allora si arriva in un piccolo spiazzo completamente quadrato. Nei pressi ci sono le due porte di metallo che sbattono senza sosta, così come ho detto sopra. Raccontano inoltre che queste porte sbattono in un modo che il varcarle sembra impossibile a colui che vi deve entrare senza essere preso nel mezzo e completamente schiacciato. E fu questa la storia che spaventò maggiormente i due tedeschi di cui ho parlato, come anche il fatto che il prete non avesse mai voluto spingersi oltre. Ebbero talmente paura che si presentò il caso che pensarono di tornare indietro. Tuttavia uno fra i due ci ripensò e disse che per loro sarebbe stata grande onta ritornare dopo che si erano spinti così avanti, e che secondo lui, lo sbattere di queste porte non sarebbe stato più ri­schioso né del pericolo della corrente d'aria né dello spavento del ponte né dell'orrore dei dragoni, tutte cose che si erano mostrate agevoli da superare. Così convennero che costui sarebbe andato per primo; perché negli altri pericoli, e fino a quel momento sempre era andato il prete per primo in quanto era lui che li aveva informati di tutte le avventure. Allora entrò quello che aveva dato questo parere, così velocemente come si sarebbe attraversata una prateria, l'altro lo seguì nel viaggio nello stesso modo. Ma prima pregarono il prete di attenderli, così come è stato detto. Al di là di queste porte non si vede nemmeno un po' di chiarore, ma ne proviene un gran rumore che sembra un mormorio di perso­ne.

Degli altri prodigi che si trovano oltre la porta, come già ho detto, non c'è nessuno, o per lo meno che io abbia potuto trovare, che ai nostri giorni ne sappia in modo più chiaro di quanto ne abbia rac­contato il prete. Ai quali racconti del prete diverse persone non prestano alcuna fede e questo per la fragilità mentale che era stata spesso causa della sua malattia, come del resto io ho raccontato. In seguito a ciò alcuni affermano che era proprio quella malattia che gli faceva avere quelle visioni. Tutta­via quando egli le narrava era in buone condizioni mentali e del resto egli era un uomo prudente e di buon conversare; e fino alla corrente d'aria, quelli che ci sono stati dicono che può considerarsi cosa vera.


Di ogni cosa che si trovi oltre le già nominate porte di metallo, non si trova alcuno che ne sappia più del comune narrare e impressione generale delle genti del paese che ne raccontano a loro pia cimento. E del resto dicono cose assai difficili da credere, benché anche in altri paesi ne abbia sentito raccontare, mai, però, con tanta precisione. Tali leggende narrano che un tempo ci fu un altro cava­liere della regione della Germania, i cui abitanti sono gran viaggiatori ed alla ricerca delle avventure del mondo. Questo cavaliere udì parlare delle mera­viglie che vi si verificavano; così decise di andarvi e così fece. Tramite questo cavaliere si sono sapute alcune delle cose e delle meraviglie di tale reame della regina Sibilla. Questi raccontò della folata di vento, dei dragoni, delle porte di metallo e di altre cose così come è detto nel racconto del prete e ciò conferisce al racconto del prete più fede.
Gli abitanti del paese affermano che è vero che il detto cavaliere entrò dentro, sia lui che un suo servitore. Quelli raccontarono e dissero che quando giunsero nello spiazzo oltre le porte di metallo, videro una bellissima e ricca porta che risplendeva forte­mente alla luce che essi portavano; ed allo stesso modo splendeva la grotta come fosse di cristallo. E quando ebbero avuto una visione di tutto, ascoltaro­no a lungo senza udire alcun suono terreno. Di que­sto furono molto meravigliati perché, quando si tro­vavano nell'altra grotta prima delle porte di me­tallo, avevano udito fortissimi rumori e brusii di per­sone, come a loro era sembrato; ed ora che si tro­vavano all'interno non ne udivano neanche uno, per quanto piccolo. Così rimasero per un lungo lasso di tempo, pensando al da farsi. E mentre erano immersi nei loro pensieri, udirono una voce molto vicina alla porta. Il cavaliere ebbe l'ardire di chiamare ad alta voce, e non passò molto tempo che gli fu risposto e chiesto che cosa cercasse e di dove fosse. Allora egli rispose che era un cavaliere della regione di Germa­nia e che era venuto là per vedere le cose prodigiose di quel mondo e, come lo richiedeva la sua condizio­ne di cavaliere, per acquisire onore e gloria mondana. Fu dunque pregato e gli si chiese graziosamente di volere rimanere un po' in attesa fino a quando ne ve­nisse informata la regina. Non passò molto che ven­ne verso di lui una gran quantità di persone d'a­spetto molto dignitoso, che gli posero la stessa do­manda, alla quale egli diede la stessa risposta. Così fecero aprire per lui la porta dicendogli che egli era il benvenuto; e allora lo accolsero con molti onori.